Un amore

(1999)

Un film di Gianluca Maria Tavarelli
Scritto da Gianluca Maria Tavarelli
Con Fabrizio Gifuni, Lorenza Indovina

Dodici piani sequenza raccontano in quasi altrettanti episodi la storia di Marco e Sara, che si conoscono nel 1982 e si ritrovano dopo varie peripezie a festeggiare insieme il Capodanno del 2000. Una storia di fine millennio, si potrebbe dire tanto per mantenersi nella banalità che fa da filo conduttore ad una sceneggiatura mal scritta, poco curata e disarmante nella sua prevedibilità. È questa la vera malattia del cinema italiano: la banalità, frutto di una troppo elevata concezione di sé che sembrano avere i nostri registi. Autore. Questa è l’origine di tutto. Oggi in Italia non basta essere un regista, è troppo poco, è un concetto riduttivo. Il modello a cui rifarsi sono i francesi, o i pochi grandi del nostro cinema del passato. Banditi i registi, banditi gli sceneggiatori – termini che hanno un che di profondamente tecnico e quindi negativo – dentro gli Autori, gli Artisti, addirittura i Poeti. L’unico modo per raggiungere un rango tanto elevato è quello di figurare nei titoli di testa tanto come regista che come sceneggiatore: il Poeta che inventa la sua storia, la vive, la crea, e poi la mette in immagini con il suo sguardo sapiente e magico. Il sogno nasce, prende forma e vive solo e soltanto grazie a Lui: l’Autore, quasi una figura religiosa. E tutti dietro, naturalmente, a cantare nostalgicamente gli elogi di ciò che di elogiabile ha poco o nulla: i nostri fantastici critici, nazionalisti scopritori di capolavori che puntualmente vengono smentiti, per non parlare dei direttori di festival, che per motivi politici sono ben felici di accettare in concorso film come Ecco fatto e hanno anche il coraggio di parlarne bene. Come direbbe il nostro caro ex presidente, non ci sto. Un amore è un brutto film, un film che vorrebbe essere francese ma non lo è, perché un soggetto potenzialmente valido è stato spietatamente distrutto in sede di sceneggiatura rendendo totalmente inutile il tentativo di migliorare le cose inventandosi il trucco (già visto) dei piani sequenza e dei siparietti animati. L’unica cosa davvero da salvare sono gli attori, paradossalmente così teatrali da riuscire a non far scoppiare risate altrimenti inevitabili in sala, e il lavoro straordinario di Gebbia, forse il miglior operatore steady – cam che il nostro paese, patria di grandi tecnici e di mediocri artisti, abbia mai sfornato. Peccato dover iniziare la stagione con una stroncatura, e peccato dover ammettere che Gianluca Arcopinto, uno dei pochi produttori che hanno davvero in mano le carte per migliorare le sorti future del nostro cinema, dovrebbe forse prendere una decisione: certo il panorama non è dei migliori, ma credo (e spero) che non sarà Tavarelli a portare il nostro cinema nel mondo. Molto meglio l’onestà e la semplicità di Nunziata.

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