STORIE

di MICHAEL HANEKE
con Juliette Binoche, Thierry Neuvic, Bruno Todeschini, Sepp Bierbichler, Maimouna Helene Diarra, Luminita Gheorghiu, Alexandre Hamidi, Ona Lu Yenke, Francia, 2000, 117’
Piatto freddo fotografato con invernale accuratezza, intreccio di vite e continuo altalenare tra narrazione cinematografica e metacinema, una mano che saccheggia ricordi di verismo neorealistico e l’altra immersa in toni da prova d’arte drammatica, in stile saggio di fine corso di recitazione, “Storie” è un bel film che non piace. Perché piace quel rimandare costantemente a Rohmer, ma non piace l’incapacità di essere mortalmente interessante come un fastidioso film di Rohmer, piace l’interesse per il gioco indecifrabile del caso che avvicina, sfilaccia, muta o lascia indifferenti le esistenze che tanto piaceva a Kieslowski, ma non piace l’inadeguatezza narrativa e il meccanismo scenico che deliziosamente non avvince, dico deliziosamente perché, da spettatore schizofrenico desideroso di stupore, mi beo in questa voluta latitanza di fascino, come farebbe una pellicola del compianto regista polacco, piace il riallacciarsi alla tradizione di certo cinema francese grigio e spigliato alla Resnais, ma non piace l’indulgenza con la quale il regista si compiace di non aspirare all’altezza del modello avvocato.
Bellissimi gli squilibri manifestati in certe scelte tecniche e narrative, in particolare l’idea di dare il via alla combinazione dei casi individuali con la pantomima dei bambini muti e di chiuderla allo stesso modo dopo un rutilante brivido di percussioni, idea che, fin troppo banale nella sua genialità, trasmette l’ammissione che l’esistere è indifferente tanto ai ritmi quanto al silenzio, o la scelta di tagliare bruscamente i dialoghi e le scene, violando il valore dei contenuti che è essenzialmente trascurabile, come trascurabile è la singola esistenza delle persone/personaggi che nella vita o nel film, collocazione casuale e pretestuosa, si muovono per energia inerziale verso conclusioni che sono solo e sempre passaggi. Immagino un lettore che, conclusa questa recensione, aggrotti le sopracciglia e cerchi un senso per le mie parole; in realtà senso non c’è, se c’è è distante dal dovere d’essere semplici e comprensibili, in omaggio allo spirito di questo film. Vederlo o non vederlo fa la differenza, interpretarlo è inutile, amarlo o odiarlo con pari intensità è un obbligo.

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