Le cercle rouge (I senza nome)

Jean Pierre Melville 1970

Le cercle rouge, penultimo film di Melville, è un autentico inno alla filosofia del determinismo.

La vicenda verte su di una rapina di diamanti organizzata e messa in atto da tre gangsters e si conclude con l’uccisione dei tre ad opera della polizia.

Il primo, Vogel ( alias Gian Maria Volontè) ci viene presentato come un gatto selvatico acquattato nell’ombra alla custodia del mastino Mattei ( un grande Bourvil alla sua ultima interpretazione) che assiste impotente alla sua rocambolesca fuga da un treno in corsa.

Il secondo, Corey, autentica summa vivente di tutte le patologie melvilliane, proseguendo nella metafora animalesca, ha le connotazioni di un felino: si “striscia” voluttuosamente contro tutti gli oggetti-icona del mondo gangsteristico, quali l’immancabile cappello a tesa larga, l’impermeabile bianco, la pistola, le mazzette di banconote in serie, i pacchetti di Gauloise, la Ford Chevrolet Plymouth, il tavolo da biliardo al quale ci appare particolarmente affezionato.

Difatti nella scena finale, quando si reca al fatale appuntamento con Mattei Bourvil, ricettatore di diamanti, sembra rassicurarsi alla vista del suddetto tavolo, e lo sfiora con affetto.

Corey è malinconicamente misogino: dà l’estremo saluto alla donna che amava e cheora convive col suo ex amico Rico, depositandone la foto nella cassaforte dello stesso.

Come ha rilevato Pino Gaeta “E’ un gesto tres melivillien liberarsi di un ricordo e affrontare una nuova vita in cui si ignora tutto”.

Se Vogel e Corey sono due felini, e Mattei è il mastino che da loro la caccia, Jansen (alias Ives Montand) ex poliziotto, ex collegae concorrente di Bouvil, può essere considerato un cane sciolto.

La splendida fotografia di H. Delae dà un sapore onirico.

Giuseppe Sansonna

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