He got game

Drammatico Usa, 1998.
Con Denzel Washington, Ray Allen, Milla Jovovic
Scritto e diretto da Spike Lee.
www. movies.com/hegotgame

Il “gioco più bello del mondo”? Per noi italiani, reduci da un Mondiale di dubbi amletici (Baggio o Del Piero), c’è una sola risposta possibile; il calcio. Per noi e per due terzi della popolazione mondiale niente come l’infallibile 11 contro 11 ha il potere di far crescere l’isteria collettiva, alimentare il sentimento della patria e mesmerizzare milioni di individui nello stesso momento, trasformando le metropoli congestionate dal traffico in deserte città fantasma. Per noi, ma non per gli americani; per loro, malgrado un timido e recente interesse per abitudini esotiche, il gioco più bello del mondo è e resta il basket. Un gioco che regge un giro d’interessi colossali, impero miliardario di sponsor, con manager e procuratori che trasformano i campioni in idoli delle folle dai guadagni stratosferici, osannati dai fan, pressati dalle società e perseguitati dai mass-media. Il segreto di tanto successo? La semplicità. Perché nel basket tutto quello che serve è una palla e un canestro. Il resto è nelle mani dei giocatori e del caso. E malgrado le strategie e le tattiche, nel basket non ci sono scommesse sicure. Non si sa mai come andrà a finire finchè l’arbitro non fischia la fine della partita. Esattamente come nel calcio. He got game racconta la storia di Jesus (Ray Allen), potenziale star del basket in ascesa, dal talento smisurato. Jesus non ha ancora finito la high school e già i migliori college di tutta la nazione si scatenano in una caccia all’uomo che non bada a spese e a scrupoli; pur di recrutarlo nella propria squadra gli propongono prospettive di carriera folgoranti e tentano letteralmente di sedurlo con il miraggio di una vita nel lusso sfrenato o con “comitati di benvenuto” di fanciulle bionde, belle e altrettanto disponibili. Ma se questo non dovesse bastare per allettare il giovane “fenomeno” dei quartieri popolari di New York? La Big State University ha una sua carta segreta per battere la concorrenza; il padre di Jesus, Jake (Denzel Washington), che si trova in carcere per aver ucciso la moglie in una violenta lite di famiglia. Il governatore dello stato, ex-alunno della Big State, propone a Jake uno sconto di pena se riuscirà a convincere il figlio ad iscriversi al suo antico college. E Jake accetta; esce di prigione per qualche giorno, affitta una stanza ammobiliata in squallido palazzo dei bassifondi e a poco a poco tenta di avvicinare il figlio. Ma Jesus cova ancora un forte risentimento per la morte della madre e non è troppo entusiasta della sorpresa. Spike Lee conosce bene il mondo del basket: ha girato due commercials per la Nike con Michael Jordan e spesso lo ha usato come “coreografia” nei suoi film. Apparentemente, He Got Game, sembra un “ritratto dal vero” del mondo dello sport professionistico con i suoi eccessi e i suoi vizi. Tra l’altro Ray Allen, il protagonista del film, è veramente un giocatore dei Milwakee Bucks. Ma in He got Game molte altre facce note del basket americano si ritagliano un piccolo cameo; commentatori sportivi, allenatori, campioni, Michael Jordan incluso. E i momenti migliori del film sono proprio le scene di “cronaca sportiva” che raccontano la crescente popolarità di Jesus o la sequenza tiratissima di “basket da strada” che apre sui titoli di testa. Poi c’è Jake, improbabile assassino, padre modello e angelo custode di Dakota ( Milla Jovovic) prostituta malmenata dal suo pappa. C’è Denzel Washington che torna a recitare per Spike Lee dopo Malcom X e si trova incastrato a metà strada tra una docu-fiction ed un dramma padre-figlio. E malgrado lo spreco di stile e di talento visivo che Lee mette in mostra, He got game resta vittima di questa indecisione, penalizzato tra l’impegno dei primi film di Lee ed una vena di surrealismo ingenuo. Resta vittima di una storia che fa fatica a stare in piedi solo per poter giustificare la partita uno contro uno tra Jake e Jesus. Ma si sa, cinema e sport è un’accoppiata che ha avuto solo rari “momenti di gloria”: più spesso, il cinema primeggia e lo sport è costretto a fare da pretesto.

Laura Parigi
random@dada.it

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