Dancer in the dark

Il termine di paragone per parlare di “Dancer in dark” non può che essere un paradosso, il paradosso di una pellicola tanto ben concepita e confezionata da risultare nociva al cinema.
Von Trier ci abitua male. Ci abitua ad un’idea estrema e al tempo stesso usuale, il gioco dei generi per raccontare una visione altra, l’uso del genere rovesciato, ripensato, per una narrazione che nel genere si specchia per vedersi lontana e differente, nel solco di quel filone intellettuale il cui capofila è Kubrick. Adoperare l’amore per un genere, il musical della Hollywood d’oro, per esprimere amore per la vita, mettere una trama banale al servizio di contenuti complessi come il bisogno di eternità, la violenza sociale della cultura comandata e schierata dalla parte giusta, il commercio delle anime nel gioco dei bisogni materiali, la colpa atavica dell’eliminazione dell’altro, la competizione dei miserabili verso la conquista di una zona di luce.
Ripartendo da Kubrick il gioco appare quasi frastornante nella sua evidenza; la meravigliosa Selma che vive in bilico tra le identità che la stringono fino alla morsa della morte, madre istintiva e vinta nell’esistenza, artista a tutti costi che della propria vita non può che fare un’opera d’arte, è personaggio smaccatamente dotato di “occhi aperti chiusi”, un “Blade runner” tra la scienza delle minuzie quotidiane e la tragedia individuale che aspira al paradigma.
Più si spengono gli occhi malati di Selma, più abbacinante è la luce che prelude al trionfo della sua bellezza, vita come canto che inizia con una dichiarazione di finzione e termina con il canto vero di un’umanità morente e deprivata.
“Dancer in the dark” è un film estremamente bello perché estremamente “tipico”; possiede classicità a sufficienza per essere godibile, è intriso di sfide al grottesco continuamente sfiorato e superato e, come il più trito dei musical tradizionali, si congeda con ampie promesse di resurrezione e il peso ridicolo del bel cinema per il quale si piange volentieri.
Grazie a Dio Bjork ha già dichiarato di non voler dar seguito alla sua esperienza d’attrice a la Deneuve invecchia e prima o poi smetterà; è troppo facile abituarsi a tanta incapacità di non essere straordinarie per abituarsi ad attrici comuni.
Von Trier ci abitua male, perché dopo un cinema che è lo strazio di una canzone del vivere, che è poetica giocata sugli elementari del far cinema, una fotografia indecentemente bella, rovistata da sguardi impressionistici, un innamoramento per il montaggio nel metaforico moto delle anime raccontato da una macchina da presa inquieta, documentaristica, a tratti intollerabile per velocità e richiesta di straniamento, sarà quasi impossibile tollerare qualcosa di meno o qualcosa di più perfetto.

be.fl@flashnet.it

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Sensazionale e strabiliante come il minuto (forse di più) di nero iniziale che sembra avvertire che il film non è come gli altri. Siamo introdotti ad una incredibile novità di genere: un musical drammatico.
Selma, la protagonista, dice che gli piacciono i musical perché in essi non c’è mai niente che vada male. Ma in questo film va tutto male.
Von Trier fedele al Dogma ci immette nel suo mondo di immagini sgranate, camera a mano con inquadrature molto in movimento spesso fastidiose e descrive situazioni surreali che fanno sentire lo spettatore fortunato di condurre un’esistenza tranquilla. Selma sembra ripercorrere le sorti di Bess di “Le onde del destino”: il suo dolore così pieno e struggente, così vero e toccante, lascia senza parole. Soprattutto nel finale.
Catrine Deneuve è una vera regina, recita con il corpo. La sua presenza è delicata e fondamentale: che classe! Bjork è perfetta nel suo ruolo.
Se resistete fino alla fine del film ne sarete ripagati pienamente.

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Bjork danza nel buio della propria solitudine,
Dancer in the dark di Lars VON TRIER, 1999. Vincitore della palma d’oro al festival di Cannes 2000. Con Bjork (palma d’oro per la miglior attrice), Catherine Deneuve. Musical malinconico e angosciante, scandito dalla voce acuta e tagliente di Bjork, che, diretta ai limiti delle sue possibilità emotive da Von Trier, da vita a un personaggio di grande intensità attraverso un uso apparentemente istintivo delle espressioni del viso, di sorrisi accennati e introspettivi e di una mimica mai forzata o caricaturale.

Ritorna, dopo le Onde del destino, il grande tema del sacrificio per amore, in quel caso per la persona che si ama, qui per il proprio figlio. Un sacrificio che nessuno riesce a capire, neanche la migliore amica (una misurata Deneuve) e forse neanche il figlio stesso, perché troppo distante dalla morale generalmente accetta e praticata. Per tutti è più rassicurante considerare Selma (Bjork ndr) una minorata, una pazza o, al massimo, una handicappata di cui avere pietà in modo da sottrarsi al pericoloso confronto con il significato più profondo dell’amore che, inteso in maniera estrema, conduce, secondo Von Trier, naturalmente, verso il sacrificio totale di sé.

Ancora una volta una donna che può contare solo sulla propria testarda idea della vita per affrontare il mondo che , nel corso del film, diventa a lei paragonato, sempre più piccolo, bigotto e composto da individui banali e cattivi in quanto limitati e omologati. Chi è diverso, e vuole rimanere tale, in questa società deve sapere di essere votato alla tragedia.

Una eroina tragica, perseguitata dal senso di colpa per aver generato un figlio sapendo che diventerà cieco, tacciata di essere comunista, ingrata, di sfruttare il proprio handicap e di non essere degna dell’accoglienza che la famigliola Amedia, targata U.S.A. le ha riservato. Il mito yankee del buon vicino di casa, che accudisce i nostri figli e annaffia il nostro giardino quando non ci siamo, viene allora smascherato e frantumato pezzo dopo pezzo con consapevole disprezzo e l’opinione del regista sull’ America è tutta nelle parole del pubblico ministero che, riferendosi in tribunale alla protagonista, afferma che ella disprezza tutti i valori nazionali e che dell’America salverebbe solamente Hollywood.

Non ci sembra casuale che l’handicap Ascelto, dal regista sia la cecità; essa, infatti, rimanda indietro la nostra memoria cinematografica a un’altra ragazza non vedente, la fioraia di Luci della città, di Chaplin, ma qui il finale è volutamente diverso, alla poesia struggente e malinconica con lieto fine, viene sostituito il ritmo sospeso e incalzante della cruda tragedia. Il film, girato per specifica scelta espressiva in Adigitale,, dipanandosi trasmette un senso di crescente angoscia e più che la commozione lo spettatore sente crescere la rabbia e l’impotenza, materiale e psicologica, dinanzi a ciò che accade. La musica è l’unico modo per Selma di evadere da tutto lo squallore che la circonda concedendole di non razionalizzare troppo a fondo la propria vita; le immagini di Fred Astaire, di Gene Kelly o del ballerino ceco Novy stridono volutamente con la piatta realtà descritta e costituiscono l’occasione per lasciarsi sedurre alcuni istanti da un universo surreale e illusorio che avrebbe intrigato Fellini e Bunuel.

La bellissima scena del balletto nella fabbrica è, poi, un omaggio esplicito a un’altra pellicola di Chaplin, Tempi moderni. Attraverso i movimenti apparentemente anarchici della telecamera mobile che, con impietoso cinismo, scandagliano le più impercettibili espressioni e i movimenti anche solo accennati della protagonista, il regista ancora una volta non si pone verso lo spettatore lusingando con immagini rassicuranti la sua vista, il suo gusto o il suo udito, ma si rivolge direttamente al suo sistema nervoso, alle sua Aanima nera, provocando uno shock emotivo che lo scuote nel profondo liberando infinite possibili reazioni, eccetto l’indifferenza. Von Trier aggiunge un altro capitolo al suo personale percorso all’interno di quel Acinema della crudeltà, che da Dreyer a Lynch, passando per Bunuel e Polansky, consente di indagare, lontano da ogni stereotipo e manicheismo, l’origine e il delirio della diversità, della cattiveria e della follia che abitano l’anima e la mente dell’uomo.

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