Capitan Conan

di Bernard Tavernier

Non è facile comprendere quest’ultimo film di Tavernier: i premi vinti, il prestigio del regista, l’anomala scelta del soggetto, non danno una visione reale e precisa del tipo di film che in realtà si incontra.

La trama verte sui rapporti fra un giovane ufficiale, istruito e cittadino, con il comandante del reparto assaltatori dell’esercito francese, alla fine della prima guerra mondiale.

Il film risulta imperniato su una serie di contrasti: contrasti fra la psicologia dei due protagonisti, fra la pace e la guerra, fra il coraggio e la codardia, soprattutto fra chi fa la guerra per caso e chi trova in essa una scelta di vita.

Se da un lato non si possono non ammirare le capacità narrative di Tavernier ed il suo ottimo uso della cinepresa, dall’altro si rimane perplessi dalla assoluta mancanza di spessore psicologico dei personaggi, quasi come se l’autore, per rendere facilmente comprensibile il suo messaggio e per evitare spiacevoli fraintendimenti, avesse deciso di fare un film interpretato esclusivamente da caratterizzazioni, senza che vi siano figure meno che ben delineate, scolpite, squadrate.

Il Capitano Conan deve interpretare il prototipo del piccolo borghese, interventista, che nella guerra ha trovato il suo scopo, Il tenente XXX deve invece incarnare la figura del giovane, appena laureato, che pervaso da sentimenti romantici, si fa trascinare dal fascino dell’azione, salvo poi tornare ad essere se stesso una volta interrotte le ostilità; le altre figure fanno da contorno, esistono solo in funzione del contrasto che creano con questi due archetipi, in realtà servono solo per dare modo di agire ai due protagonisti.

Lato positivo, la scelta di un periodo storico poco e mal rappresentato sullo schermo: il fronte orientale della Prima Guerra Mondiale, a cavallo fra Boemia ed Ungheria, il desiderio di tornare a casa frustrato dalla necessità di combattere ancora, ma stavolta una guerra ancora più incomprensibile contro la Russia rivoluzionaria e comunista, lo sbandamento psicologico di persone che, avendo vissuto per cinque anni con un certo codice morale, si ritrovano ad applicarlo, con effetti disastrosi, anche in tempo di pace e soprattutto l’esaltazione di chi, ritenendosi quasi predestinato alla guerra, vede in essa una esaltante forza propulsiva in grado di appiattire le differenze sociali e fare riconoscere i propri meriti, germoglio dei fenomeni fascisti e nazionalsocialisti sviluppatesi nel primo dopoguerra, una volta scoperto che le persone utili all’esercito durante la guerra, raramente sono utili alla società durante la pace.

Nonostante tutto, è un po’ troppo poco..

Per usare una formula classica, si può definire il film come una buona occasione mal sfruttata per paura, paura di scolpire un po’ più finemente la psicologia dei personaggi, paura di non essere compresi, paura di essere accusati, da una parte politica od un’altra.

A volte il “politically correct” crea dei mostri.

FBV-8/7/1997

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