Sotto la Sabbia

Dopo la pessima opera prima (Sitcom) nessuno francamente poteva aspettarsi un bel film da François Ozon. Invece il regista francese stupisce piacevolmente, offrendo con Sotto la Sabbia una pellicola misteriosa ed intensa. La storia è semplice, quasi banale: una donna va con il marito a trascorrere una breve vacanza in una località di mare. Si intuisce dai loro gesti, dalle frasi scarne che si scambiano, che il loro matrimonio è sereno ma povero di emozioni, salta all’occhio l’affetto che esiste fra i due ma anche l’assoluta mancanza di passione. All’improvviso, su una spiaggia, il marito scompare come se il mare l’avesse inghiottito e alla donna non resta altro che continuare a vivere come se non l’avesse mai perduto. Ma fino a quando?
Si è parlato di questo film come di una Stanza del Marito, creando un parallelismo suggestivo con lo splendido film di Moretti, anche quello incentrato sulla devastante perdita di una persona amata. Eppure i due film, pur affrontando un tema simile, non potrebbero essere più diversi. Se il film di Moretti si concentrava sull’elaborazione di un lutto, quello di Ozon nega proprio il lutto, anzi lo fa negare alla sua splendida protagonista, un’attonita e commovente Charlotte Rampling. La donna non ammette la morte del marito, continua a vederlo e a parlargli, e in effetti il regista lo mostra allo spettatore come fosse ancora in vita, mentre interagisce con la moglie, confondendo volutamente il piano della realtà con quello della fantasia, creando un effetto straniante ma anche ammaliante. La prima parte del film, almeno fino alla sequenza della scomparsa dell’uomo, è esemplare: gesti che rimangono sospesi, silenzi che gravano inquietanti e un senso di morte e oppressione che pare galleggiare sulle inquadrature. E il fatto che il mistero della scomparsa dell’uomo non venga svelato (si è suicidato perché era depresso?, è annegato?, è fuggito via?) non fa che accrescere il fascino di un film bello e doloroso.

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