La sottile linea rossa

Un film di Terrence Malick
Scritto da Terrence Malick (tratto dall’omonimo romanzo di James Jones)
Con Sean Penn, Adrien Brody, James Caviezel, Ben Chaplin, George Clooney, John Cusack, Woody Harrelson, Elias Koteas, Nick Nolte, Larry Romano, John Savage.
Sito ufficiale www.foxmovies.com/thinredline

Era da tanto che si sentiva la mancanza di un poeta dell’immagine come Malick. Ed era dai tempi ormai lontani di Pulp Fiction che non si assisteva ad una rivoluzione cinematografica di tale portata. Se Tarantino ha scioccato tutti con i suoi argomenti e, ancor di più, con la sua estetica assolutamente inedita, Malick rivoluzione il cinema facendolo tornare indietro, riportandolo alla poesia pura, a I duellanti, a Kubrick, ai grandi americani e al suo stesso Badlands. E’ un cinema, questo, che va totalmente al di là del narrativo, che non racconta un fatto ma ci ragiona sopra, che anzi parte da un singolo episodio per ragionare su concetti molto più universali.

In un’isoletta del sud pacifico, abitata solo dagli indigeni e da animali tipici da foresta pluviale, si combatte una campagna importante ma assolutamente folle – ma non è questo il binomio più classico con cui ci riferiamo alle guerre?. Una guerra, a Guadalcanal, resa ancor più palesemente folle dall’ambiente e dalla situazione in cui si combatte: americani e giapponesi, in uno dei rari momenti di faccia a faccia, un duello esasperato e all’ultimo sangue che non vede protagonisti due ufficiali dallo spiccato senso dell’onore, ma migliaia di ragazzi che – da entrambe le parti – si trovano per la prima volta davanti alla morte. Non al pensiero della morte in generale, nè- si badi bene – all’idea di una morte eroica (come potevano avere, forse, gli americani puri di Spielberg), ma alla Morte con la M maiuscola, quella che non ha nessun senso, quella che si potrebbe evitare ma ormai è troppo tardi, quella che nessuno si ricorderà, quella che nella storia dell’umanità ha provato solo una categoria – purtroppo molto ampia – di persone: quella della carne da macello. Morire giovani buttandosi di corsa sotto il fuoco dei bunker giapponesi in un’isola che fino a ieri non significava nulla e che molto probabilmente nessuno conosce e nessuno conoscerà. Questa è la prospettiva – l’unica possibile – dei soldati di Malick, una prospettiva con molte sfaccettature che variano a seconda del grado, del carattere, delle origini dei singoli personaggi. Ma fondamentalmente e inevitabilmente, l’unica prospettiva per tutti.

Gli animali della foresta guardano gli uomini combattere tra loro e distruggere l’isola, e lo fanno con distacco, sempre dall’alto, con la superiorità di chi guarda e sa che mai e poi mai potrà ridursi ad un livello così basso di inettitudine. E gli uomini, dal canto loro, sanno di essere osservati in continuazione e patiscono terribilmente quegli sguardi e quell’ indifferenza: il mondo guarda l’uomo autodistruggersi e non fa nulla per fermare il massacro, non fa nulla nemmeno per difendere se stesso. L’uomo è crudele, ma una foresta che soffoca con i rampicanti i propri alberi lo è altrettanto. Uomo e natura hanno la stessa crudeltà, ma una differenza di fondo li separa: la natura sembra essere molto più astuta e intelligente, sembra avere nella sua cattiveria una freddezza che l’uomo non è in grado di raggiungere.

A questo punto Malick raggiunge l’apoteosi: da questo confronto uomo – natura, come in Leopardi, ma ancora prima come in tanti poemi epici dell’antichità, l’uomo si interroga su se stesso e sulla sua esistenza, e lo fa attraverso parole e immagini che hanno un potere immenso, che non possono non colpire. Si respira in questo continuo interrogarsi l’aria del tragico, dell’uomo di fronte alla natura e ad un’idea forte di destino, di un destino che non ha nulla di buono nel suo incombere inevitabilmente sulla testa dei protagonisti. La morte, il destino più ovvio in questi casi, è pronta ad arrivare, e prima o dopo si farà viva. Ma le riflessioni dei soldati, i loro pensieri, le loro domande, escono da Guadalcanal per assumere un valore universale ed estendibile a tutti. L’uomo non può combattere contro la propria natura, può solo prenderne atto. E il mondo lo guarda, indifferente nella sua cattiveria. I soldati marciano nella jungla semza sapere cosa li attenderà, pronti ad attaccare, attenti a qualsiasi rumore. Un indigeno, probabilmente un pigmeo vista la sua altezza, cammina tranquillo, non si ferma, non li guarda, li supera e prosegue il suo cammino provocando nella compagnia un senso di sconforto e di abbandono, facendogli percepire con una sola, semplice azione, l’inutilità di tutto questo.

Malick non è solo un grandissimo regista e un geniale creatore di immagini, ma anche uno sceneggiatore eccezionale. La sottile linea rossa, pur legato – come tutti i capolavori del cinema – indissolubilmente al suo aspetto visivo, è prima di tutto un testo. Un testo che andrebbe letto e studiato, come si fa con le grandi tragedie del passato. Un testo lirico e profondissimo, mai retorico, paradossalmente ridotto all’osso e privo di qualsiasi virtuosismo proprio al fine di raggiungere in modo più intenso e diretto il proprio obiettivo – e riuscendoci in pieno, grazie anche ad un lavoro sull’attore che lascia sgomenti per la sua perfezione: Sean Penn e Nick Nolte sono le due facce della stessa medaglia, e recitano molto probabilmente la miglior parte della loro vita rivelandosi, per chi ancora aveva dei dubbi, due attori di enorme levatura. Cusak, Travolta, Clooney, il vecchio Savage e Harrelson, ridotti a ruoli cameo, sembrano tutti perfettamente azzeccati, e inscenano una gara di virtuosismi che non danneggia il film ma al contrario lo valorizza, mettendo in mostra singoli episodi che diventano elementi portanti grazie agli attori che li interpretano. E poi, come sempre quando a dirigere è un grande – grandissimo – regista, le sorprese: ragazzini praticamente mai sentiti, ben lontani dal concetto di star, che si rivelano interpreti eccezionali, profondi, convincenti al cento per cento. Attori che spesso sono in primo piano rispetto ai divi con cui dividono la scena, e che mai , in nessun punto, cedono il passo ai loro colleghi più noti.

Ci sono film che nascono e sono già pietre miliari. Ci sono film che non si dimenticano più. Ci sono film che, quando escono, trascinano dietro di sè tutto il cinema in una nuova direzione. Ci sono film che non posso passare nell’indifferenza, e che se lo fanno non lo fanno per molto. E non contano gli Oscar, le recensioni o gli orsi d’oro a Berlino. Sono film che rientrano nel concetto più generale di capolavoro. La sottile linea rossa è uno di questi.

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