Hurly Burly

Un film di Anthony Drazan
scritto da David Rabe, basato sul suo omonimo dramma teatrale
con Sean Penn

Kevin Spacey

Robin Wright Penn

Chazz Palminteri

Garry Shandling

Anna Paquin

Meg Ryan

Il teatro al cinema è più o meno cent’anni al centro di dibattiti di ogni genere. Fa bene? Fa male? Serve a qualcosa? E’ totalmente inutile? Tutti hanno la loro formula, tutti hanno il diritto all’ultima parola, tutti hanno qualcosa da insegnare. Ma intanto da cent’anni si discute, si critica, si elogia o si stronca qualsiasi tentativo di cinema – teatro o teatro – cinema che dir si voglia. E non si arriva ad una soluzione definitiva. Il mio personale parere – peraltro non certo nuovo – è che i casi vadano analizzati singolarmente, senza sforzarsi inutilmente di arrivare a conclusioni che abbiano un valore assoluto.

Hurlyburly ha, tanto per cominciare, un titolo splendido, la cui traduzione italiana Baci, bugie, bambole e bastardi va chiaramente imputata ad una mente contorta e molto probabilmente pervertita, con una propensione maniacale (chissà cosa cela realmente?) per la lettera b. Senza inoltrarci ulteriormente in un troppo complesso profilo psicologico del criminale ideatore di questo titolo italiano, ci limiteremo ad indicare che il termine inglese è shakespeariano ed indica un concetto molto vicino a quello di casino, nel senso di situazione incontrollabile, confusa e di conseguenza opprimente. Esattamente la situazione in cui si trova il protagonista Eddie. Dietro al titolo si riconosce senza sforzarsi troppo un dramma teatrale così radicato nella cultura americana da poter prevedere facilmente una incomprensione generalizzata nel nostro paese. Un dramma, però, eccezionale, almeno per chi ha una cultura per così dire “americanofona”: un dramma su una determinata categoria di persone, ovvero i professionisti di hollywood, ma della hollywood a metà tra i soldi e il fallimento, non certo quella delle grandi majors, anzi decisamente orientata verso i telefilm. Una categoria di persone ben definita ma che velocemente diventa molto, molto più generalizzata ed estendibile all’uomo in generale, senza mai però scadere nel patetico o nel retorico. Un dramma, però, teatrale. Classicamente teatrale, nel senso che non succede praticamente nulla in scena, nel senso che si svolge al novanta per cento nello stesso luogo, nel senso che si basa per intero sulle parole. Parole splendide, come detto, ma da teatro. In sostanza, siamo quasi al confine con il teatro filmato, che può piacere o meno – questo è un fatto totalmente soggettivo – ma quel che è certo è che siamo molto più vicini alla scena che al set.

Non è difficile, a questo punto, affermare che il tutto sta in piedi grazie ad un cast a dir poco eccezionale, un cast di attori che di teatro ne hanno fatto ( e si vede) e che di cinema ne hanno fatto (e si vede anche quello), e che hanno raggiunto livelli davvero notevoli. Tutti quanti, pur nelle loro sostanziali differenze recitative. E tutti quanti, davvero nessuno escluso, si rivelano perfetti nei panni dei personaggi che interpretano, in alcuni casi sorprendentemente.

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