Contenders: serie 7

Cinque persone estratte a sorte negli Stati Uniti devono sfidare la campionessa del gioco “Contenders”, giunto alla settima serie sull’onda di un incredibile successo mediatico, qualcosa a metà strada fra “Il grande fratello” e “Survivors”, commentato da un’enfatica voce fuori campo in stile “Real Tv”. Ma le regole di questo reality show sono un po’ particolari: i concorrenti devono eliminarsi fisicamente a vicenda e a vincere sarà l’unico (o l’unica) superstite.
Daniel Minahan, passato da documentarista e presente da Sundance Festival, si ispira al racconto di Robert Sheckley “La 7° vittima” e mette in scena una satira ferocissima sui danni irreversibili che certa televisione procura alle nostre povere menti di telespettatori (quasi) incolpevoli e (non del tutto) inconsapevoli. Se l’intento di partenza è più che lodevole e il moralismo del regista lo spinge a una giusta indignazione, il risultato finale però non è pienamente convincente, pur non essendo il film affatto disprezzabile come ha sostenuto invece qualche critico troppo frettoloso o troppo bacchettone. L’idea di partenza è ottima: narrare tutta la storia come se la stessimo vivendo in diretta dal piccolo schermo, quindi con immagini digitali, macchina a mano, zoom improvvisi sui primi piani degli attori-concorrenti (tutti volutamente sgradevoli e per nulla attraenti) e invadente voce fuori campo a dipanare gli eventi. Altri spunti poi colpiscono il bersaglio in maniera irresistibile, come quando si fa ricorso alla “drammatizzazione” per ricostruire certi passaggi che non è stato possibile mandare in onda in diretta e si presentano agli spettatori scene ricostruite con degli improbabili attori televisivi a sostituire i veri partecipanti al gioco. L’appunto da fare al regista-sceneggiatore riguarda il non pieno controllo della materia narrativa. E’ sacrosanto che la satira (quella vera, quella di Luttazzi per intendersi) colpisca duro e basso, è giusto che non debba avere riguardi per nulla e per nessuno, ma è anche vero, proprio per l’importanza del ruolo che la satira è chiamata a ricoprire nella società, che si tratta di un genere da maneggiare con estrema cura e con mille riguardi, altrimenti c’è il rischio di scivolare nel grottesco e di perdere, in questo modo, parte della propria efficacia, proprio come succede in alcuni passaggi del film di Minahan.

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