Uma abelha na chuva

di Fernando Lopez, Portogallo, 1971, 35 mm

Con Laura Soveral, João Guedes, Zita Duarte, Ruy Furtado, Carlos Ferreiro, Fernando De Oliveira.

Retrospettiva Cinema portoghese

Fernado Lopez riconosceva già all’uscita del suo film di aver cercato di creare un’atmosfera da opera lirica, da dramma. Una coppia di ricchi proprietari terrieri immersi in un universo contadino immobilista attraversato da assenza, incontri mancati e silenzi. La tragicità del divenire si percepisce nel racconto vuoto di passi che non avvengono, di modificazioni che si fanno aspettare. Mentre lo spettatore rimane, cosi come la protagonista Maria Do Placeres, bloccato nell’ansia del desiderio di avvenimenti che mutino l’equilibrio oppressivo del rapporto coniugale convenzionale, il regista si concentra nella disgregazione delle azioni stesse attraverso la loro ripetizione. Lopez ci avvolge così in un Tempo dove, mentre i suoni avanzano e gli orologi battono le ore, le immagini ritornano sui punti focali della storia in un dejà-vu ossessivo che non mostra nulla e sa di non farlo. Un immobile tormento che svia dai punti focali dell’opera e della vita dei personaggi, che del resto rimangono oscuri ai personaggi stessi. Maria Do Placeres si innamora del cocchiere mentre il marito Alvaro cova per lei sentimenti di rancore. Ma la storia rimane in ogni modo sempre non detta, forse pensata, ma sospesa tra desiderio innominabile e ricordo evanescente.

Nel finale la trama si sviscera e vi è il delitto che compie il dramma, trasformando sia i sogni sia l’anelare in martiri. Ma anche quest’ultimo atto non avviene in quanto atto dovuto nelle vite dei protagonisti, ma per transfert. Non è il marito ad uccidere l’amante. Il suo desiderio inespresso si realizza per decisione di Mestre Antonio e per mano di Marcelo. Dal fatto si arriva al grido di Maria, che rimane soffocato, lontano, contenuto. Nel rispetto di una vita repressa la protagonista frustra un’ultima volta lo spettatore che in lei si identificava. In una vita angusta, sacrificata e schermata che non può che avere, al suo apice, una sofferenza sotto tono.

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