SUGAR TOWN

di Allison Anders e Kurt Voss
Durante la visione di questo gradevole film americano indipendente, aleggiava il fantasma di Raymond Carver e delle short story che hanno dato vita ad uno dei grandi capolavori di fine secolo: America oggi (Short cuts, Robert Altman).
Storie brevi che si intrecciano sullo sfondo di una Los Angeles diversa da quella che siamo soliti conoscere e riconoscere. Un mondo di sconfitti dalla vita, ma desiderosi di ricominciare, convinti a torto o a ragione di avere ancora qualcosa da dire o da fare in un mondo che ormai procede troppo velocemente per non essere costretti a reinventarsi continuamente.
Allison Anders e Kurt Voss raccontano queste vicende minime con la grazia necessaria, indubbiamente capaci a gestire un intreccio complesso e difficile per i numerosi salti temporali e spaziali e per i tanti personaggi che popolano questo mondo.
Tra le storie spiccano quella di Gwen, giovane ed ambiziosa cantante disposta a tutto pur di arrivare ad un successo che non è difficile immaginare breve e che per mantenersi pulisce la casa di Liz, una giovane scenografa in cerca di un nuovo e duraturo amore. Liz ha un’amica, Eva, interpretata da una convincente Rosanna Arquette, alle prese con i provini e con i problemi, musicali e non, del marito Clive, famoso musicista rock inglese. A fare da collante c’è la storia di Burt, producer musicale decaduto, che cerca con ogni mezzo di trovare un finanziatore per produrre un disco al nuovo gruppo di Clive.
Il pregio maggiore del film è la capacità di mantenersi lieve e di raccontare con un ragionevole distacco queste vicende, senza pretendere di veicolare messaggi o di ridurre i personaggi al ruolo di semplici macchiette al servizio di una trama ben più ampia. L’impressione è che i due registi abbiano preferito lasciare ai personaggi la libertà di crescere ed evolvere durante il corso del film, mostrandone soprattutto il lato umano.
E’ un film divertente che non rinuncia a far ridere nemmeno nelle situazioni più drammatiche, sebbene non possa essere identificato come una commedia.
Una regia sicura, una musica accattivante e ben rappresentativa del senso di fondo del film ed una fotografia adatta alle storie che racconta completano il successo di questo film che certamente va considerato come una delle piacevoli sorprese di questo diciassettesimo festival di Torino.
Va comunque detto che, sebbene il più diretto punto di riferimento sia lo straordinario film di Altman, questo film è lontano dal raggiungere quelle vette. Forse perché le storie di Carver erano ancora più rappresentative di un mondo che lui conosceva davvero bene, forse perché manca la regia perfetta di Altman, forse perché gli attori, pur bravi e convincenti, non sono in grado di competere con la prova di gruppo incredibile donata agli spettatori dal cast di Short Cuts, America Oggi resta di gran lunga superiore.

Piero Basso

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